domenica 27 novembre 2011

"Guerniça" di Pablo Picasso & Dora Maar 


Umberto Joackim Barbera
( Joackinder )
presenta : 

"Guére il n'y a pas ça !"

Così gridano i ragazzini francesi quando giocando a "mosca cieca" sventolano un fazzoletto puzzolente di merda sotto il naso del compagno bendato. Le grida si strozzano in gola e la frase naturalmente si contrae elidendo il superfluo:

Guére (il) n'y (a pas) ça

^
Guére n'y ça

^
 G U E R N I C A .
Dora Maar & Pablo Picasso, 1936


lo, Umberto Joackim Barbera, pubblicista indipendente ed editore sul web, oltre che soggettista cinematografico, noto come Joackinder, metto a disposizione questo testo per tutti coloro che possano usarlo come articolo divulgativo (purché ne citino la fonte) o come tema d'esame di laurea, portando Picasso e il cubismo e questo quadro, pieno delle sue strane e molteplici interpretazioni da ricollegarsi a Nietzsche e alla morte di Dio, come esempio di mistificazione collettiva mai compiutasi prima di questi tempi nella storia dell’Arte e primamente sostenuta dai critici d’arte e dai docenti universitari di storia dell’arte i quali avrebbero manifestato dal 1936 ad oggi una certa loro propensione alla menzogna, non potendosi attribuire loro l’attenuante generica della incapacità di intendere e di comprendere l’autentico significato di “Guerniça”. 
Il testo è lungo e pesante ma soddisferà la curiosità del vero indagatore. 

 La soluzione dei sei Enigmi della Sfinge 
 nel dipinto “Guerniça” di Pablo Picasso. 

Eureka!

Dopo dieci anni di studi e tentativi ho finalmente risolti gli enigmi di “Guernica” 
sei indovinelli le cui risposte ne rivelano il suo vero scopo ! 
Per incominciare, come si é già detto, la parola "GUERNICA" significherebbe “Guère n’y ça”, la contrazione di “Guère (il) n’y (a pas) ça” = frase francese che tradotta in italiano significa:

 “Proprio questo non c’è” = “Trovalo !”. 
GUERNICA fu evidentemente un titolo provocatorio il cui significato ora ci è chiaro: “ciò che cerchi nel dipinto GUERNICA proprio non c’è ”, vale a dire “cercalo altrove”, ma non certo nella cittadina spagnola di Guernica che nulla avrebbe a che vedere con il sottaciuto vero scopo del dipinto. 
Il titolo che Picasso scelse per il suo capolavoro venne da lui attribuito al nome dell' omonima cittadina spagnola che fu oggetto, in quei giorni, dei noti bombardamenti; tuttavia Picasso, dopo aver terminato il suo capolavoro, osservandolo esclamò: 
"Allez y ! Amusez vous !" 
(= "Andate ! Divertitevi !”),
 invitando i propri amici a scoprirne l’enigma. 
L’enigma sarebbe stato criptato in “Guernica” sotto forma di rebus pittorici, da risolversi per tentativi, come in un gioco enigmistico. 
La prova di questa stupefacente tesi viene qui data con una dimostrazione diametralmente opposta a quella canonica, sostenendo che il dipinto "Guernica" di Pablo Picasso fosse in realtà un REBUS COMPLESSO, un vero capolavoro enigmistico oltre che un capolavoro artistico. 
A sostegno di questa tesi si portano soluzioni, prove e riferimenti storici, sfidando gli esperti d'arte e di storia ad assumersi l'onere della prova contraria. 
PREMESSA 
Cercherò di chiarire qui di seguito, per ciascuno degli enigmi individuati e risolti sul dipinto “Guernica” di Pablo Picasso, quelle che ritengo siano le più plausibili delle interpretazioni complessivamente rispondenti ad un preciso archetipo enigmistico, quello dell’ incrocio dei significati. 
Infatti, secondo le regole canoniche del gioco enigmistico, la “prova del nove” dell’esatta soluzione del quadrato enigmistico non potrà che essere data al suo completamento e, quindi, alla fine del gioco, dalla progressione ordinata delle rispettive soluzioni, ciascuna delle quali confermerà quella precedente così da essere evidentemente correlata a quella successiva. 
Sostenere a questo riguardo un’ipotesi dubitativa equivarrebbe a smentire l’evidenza statistica per cui un quadrato enigmistico predisposto possa dare una sola complessiva soluzione. 
Infine, cercherò di leggere “Guernica” applicando la tecnica della “poesia visuale di Mallarmé”, ricostruendone il significato prima tramite una letterale traduzione in lingua francese, quindi provvedendo ad effettuare una “translitterazione fonetica” delle singole parole. 
Per iniziare il gioco, innanzitutto il lettore ipotizzerà con me (e poi io gli proverò il fondamento dell’ipotesi) che tutto quanto fino ad oggi si conosce del metodo e della tempistica d’esecuzione del dipinto “Guernica”, sulla base delle dichiarazioni dello stesso Picasso e dei numerosi studi, saggi e testimonianze, anche fotografiche, dei suoi estimatori (vedasi ad esempio il libro “Guernica, genesi di un dipinto” di Rudolf Arnheim, edito da Feltrinelli nel 1964), sia complessivamente tutta “une blague”, ovvero una enorme bugia, una voluta mistificazione collettiva creata ad arte per sviare il ricercatore, così come ebbe a dichiarare il poeta Guillaume Apollinaire nel suo libro “Les arts plastiques - meditations estetiques”, SE editore, prima edizione, pag. 22, riga 2 e segg., dove si legge : 
< …nella storia dell’arte nessuno ha mai realizzato una mistificazione collettiva… se la scuola cubista ci fornisse una prova di ciò, allora si compirebbe un miracolo…>. 
Sulla base di questa dichiarazione, si tratterebbe della realizzazione d’una mistificazione collettiva perpetrata (prima della mia nascita) da più persone (i più rinomati scrittori, critici d’arte e pittori vissuti negli ultimi due secoli), e ne conseguirebbe che oltre all’obbiettivo ludico di sviare il ricercatore che avesse loro posto domande sul soggetto del segreto o sulla natura del gioco, gli organizzatori e gli esecutori del gioco avrebbero dovuto osservare la regola fondamentale di rispondere alle domande semmai divagando e giammai ammettendo o negando di partecipare a tale presupposto gioco. 
Per tramandare codesto segreto, gli organizzatori avrebbero scelto un criterio di criptazione ed una formula per la sua decodificazione, affinché tale segreto potesse essere ritrovato dal risolutore del gioco. Gli organizzatori si sarebbero rivolti ad un esperto enigmista il quale avrebbe scelto tra i più difficili metodi di criptazione già sperimentati con successo nel passato. I maggiori studiosi dei sistemi di criptazione e di decodificazione furono i “padri gesuiti” alla cui scuola si formarono gli appartenenti ai servizi segreti; andando indietro nel tempo, non meno criptici furono i messaggi tramandati dalle confraternite massoniche e dai cavalieri templari, eredi degli antichi egizi. 
E visto che il dipinto “Guernica” è caratterizzato da alcuni simbolismi misterosofici dell’antico egitto (ad esempio, l’immagine del Dio Thoth, quella del toro= Apis Bue, il simbolo del “tetragramma funerario” nell’orecchio del toro), si potrà con maggior probabilità ipotizzare che gli organizzatori abbiano utilizzato un metodo di criptazione già utilizzato dagli antichi egizi. 
Il più noto tra gli antichi metodi di criptazione è la scrittura “ieratica” dei sacerdoti egiziani.

LA SCRITTURA IERATICA

La scrittura ieratica è una scrittura “sacra”. Essa si differenzia da quella comune per il fatto di seguire il cosiddetto verso “bustrofedico” (dalla parola greca bustròs = aratro): questa scrittura inizia procedendo da destra verso sinistra (come la scrittura araba) e cambia verso ad ogni linea, come fa il contadino che ara il campo; quand’egli giunge al limite estremo del campo, volta l’aratro per cambiare verso e torna indietro continuando ad arare la linea successiva. 
Così, come l’aratro, farebbe lo scrittore-pittore “ieratico” che intendesse porre in ordine, su un dipinto, una serie di immagini corrispondenti a dei precisi concetti precedentemente descritti. Questa sarebbe stata la tecnica con la quale Mallarmé traduceva le proprie poesie in immagini e, viceversa, trasformando una sequenza d’immagini in ordinati versi poetici. 
Per decifrare “Guernica” sarà bene quindi definire il punto di partenza ed il “verso di lettura” del dipinto che, alla prima occhiata, sembra svilupparsi orizzontalmente su due linee (linea alta nella metà superiore del dipinto, e linea bassa nella metà inferiore) ed infine articolarsi verticalmente in tre pannelli (laterale sinistro, centrale e laterale destro). Secondo i criteri della scrittura “ieratica” egizia, così come la scrittura araba, il verso della lettura inizierà dall’angolo in alto a destra, procedendo verso sinistra lungo la prima linea alta fino a giungere al margine laterale sinistro del dipinto; successivamente cambierà verso cambiando linea, passando sulla linea bassa, dove procederà fino a giungere al margine laterale destro del dipinto. 

Sappiamo inoltre che la scrittura egizia svolge pensieri compiuti all’interno di appositi spazi detti “cartigli” per cui, innanzitutto, esamineremo il testo suddividendo il dipinto in sei immaginari “ cartigli ”, il primo dei quali sarà quello che avrà la precedenza poiché, facendo un esplicito riferimento al Faraone, sarà considerato il più importante e chiamato “cartiglio reale”.

IL CARTIGLIO "REALE" 
Il primo "cartiglio" sarà detto “cartiglio reale” poiché, come vedremo, farà riferimento, se non proprio al Faraone d’Egitto, al personaggio del Delfino figlio del Re di Francia. Il “cartiglio reale” parte dall’angolo in alto a destra e si sviluppa verticalmente a fianco del margine destro del dipinto. 
Il secondo “cartiglio” parte dallo stesso punto dal quale parte il “cartiglio reale” (angolo in alto a destra) ma si sviluppa orizzontalmente, secondo la scrittura “ieratica”, procedendo da destra verso sinistra, fino al centro del dipinto. 
Il terzo “cartiglio” è un intermezzo posto in centro al dipinto; esso parte dal punto di arrivo del secondo “cartiglio” e si sviluppa verticalmente, dall’alto verso il basso. 
Il quarto “cartiglio” parte dallo stesso punto centrale, quello di partenza del terzo “cartiglio”, ma si sviluppa in orizzontale continuando la scrittura ieratica sulla linea alta, pertanto procedendo dal centro verso il margine sinistro del dipinto. 
Il quinto “cartiglio” parte dal punto di arrivo del quarto “cartiglio” e si sviluppa verticalmente a fianco del margine sinistro del dipinto. 

L’ultimo e sesto “cartiglio” (che costituirà l'indizio finale, ovvero l'indicazione su come procedere nel gioco) parte dal punto di arrivo del quinto “cartiglio”, ovvero dall’angolo in basso a sinistra del dipinto, dove la lettura cambia verso sviluppandosi orizzontalmente e procedendo sulla linea bassa per tutta la lunghezza del dipinto, fino al margine laterale destro. 
Procediamo ora alla lettura delle interpretazioni dei singoli “cartigli” richiamandoci alla struttura degli “Indovinelli della Sfinge” per ciascuno dei quali la Sfinge concede due elementi e chiede che si indovini il terzo elemento mancante: 
IL PRIMO ENIGMA: 
Il primo enigma di “Guernica” è presentato nel primo “cartiglio reale”, individuato nel pannello verticale laterale destro, dove sono dati due elementi: 
1° elemento: in alto una torre la cui finestra è in fiamme; 
2° elemento: in basso una carriola di legno; 
Il terzo elemento mancante è da indovinare, domandandoci:


 “Cosa manca tra la carriola e le fiamme?”. 
Le fiamme, come si nota, sono disegnate tutte uguali in altezza e distanza, evidentemente per indicare che esse non possano che essere emesse dall’ugello del gas (come quello del fornello della cucina a gas, che regola la fiamma suddividendola in tante piccole fiammelle tutte uguali). 

Ciò che ci manca è di conoscere l’identità del ragazzino con i capelli lunghi che, situato tra gli altri due elementi dati, la carriola e le fiamme, chiede aiuto alzando le braccia al cielo. 
In questo caso disponiamo di cinque indizi: 
1) i capelli del ragazzo, d’evidente colore chiaro; 
2) le braccia alzate (imploranti o vincenti) del ragazzo; 
3) la torre eburnea in fiamme; 
4) un cartoccio che punta ad un ginocchio = le cornet est sur le point du genou > le point > la pointe du Jesùs ; pointe= parola ironica; 
5) il fianco d’una carriola di legno (con fiamme). 
L'identità del ragazzo salvato

Almeno tre dei cinque indizi farebbero ritenere che possa trattarsi del Delfino di Francia, il figlio del Re Luigi XVI e di Maria Antonietta ghigliottinati dai rivoluzionari; infatti, secondo la tesi “realista”: (1) il Delfino aveva i capelli lunghi e biondi; (2) venne salvato facendolo uscire dalla torre del Tempio (ex biblioteca dei Templari); (3) nascosto in una carriola di legno (coperto dalla biancheria da lavare). I suoi salvatori, affinché fosse riconosciuto ed accudito, lo avrebbero consegnato nelle buone mani di Josephine Beauharnais, allora Grande Maestra della Loggia Massonica femminile di Parigi (essa divenne successivamente prima moglie di Napoleone ed imperatrice di Francia). Il Delfino si fece riconoscere rivelandoLe un segreto che solo il vero figlio del Re Luigi XVI avrebbe potuto conoscere. 
Il Delfino si fece riconoscere
rivelando il segreto del Calice del Graal

Questo segreto avrebbe riguardato l’esistenza del mitico Calice del Santo Graal che, secondo lo storico Cazou, era stato consegnato al Papa – nelle battaglie simulate di Arques e di Ivrì - dal suo antenato Carlo Guglielmo Duca di Navarra (primo figlio della Regina Margherita di Navarra, la quale aveva custodito il tesoro dei Catari consegnatoLe dagli scampati all’eccidio di Montsegur); il Duca di Navarra ottenne dal Papa, in cambio del Calice del Graal, l’investitura a Re di Francia col nome di Enrico IV di Borbone. La Beauharnais, dopo essere stata fatta partecipe di questo segreto (ch’Ella condivise in seguito con Napoleone, sposandolo e giurando di rimanere“uniti nel destino” di riconquistare il Calice del Graal al fine di riportarlo in Francia), finse di non riconoscere l’identità del Delfino sia per mantenere il segreto della sua sopravvivenza, sia per non esporlo ai pericoli ch’Egli avrebbe incorso qualora i suoi salvatori lo avessero portato in Vandea, dove si organizzava la resistenza delle truppe rimaste fedeli alla causa realista. 
Secondo i dipinti di Picasso e secondo la tesi “realista”, la Beauharnais avrebbe travestito il Delfino con un costume d’Arlecchino e lo avrebbe affidato ad un piccolo circo nomade diretto a Roma, affinché venisse consegnato al Papa. A sua volta il Papa non lo avrebbe voluto riconoscere e lo avrebbe inviato dai suoi nonni, i reali d’Austria, i quali lo incarcerarono per un certo periodo, liberandolo infine come un normale cittadino, rilasciandogli un documento che gli attestava come nome di battesimo quello di Carlo Guglielmo (il nome del Duca di Navarra…) ed il cognome fittizio di… 


il suo nome di copertura: “Naundorff” 
Il Delfino si presentò a Parigi e fu noto come il I° Pretendente Carlo Guglielmo Naundorff, il primo dei numerosi falsi pretendenti che si candidavano all’ambito riconoscimento, creando confusione ad arte e screditando il vero Delfino. Tuttavia, a differenza dei falsi Delfini, il Naundorff riferiva ricordi precisi di episodi della vita di corte ed episodi di vita famigliare avuti con il Re Luigi XVI suo padre e di colloqui riservati occorsi tra il Re ed i suoi parenti viventi i quali avrebbero potuto confermare in proposito; inoltre, a seguito dell’esame accurato delle sue particolari caratteristiche somatiche, del caratteristico profilo del cranio, delle folte sopracciglia, della proporzione e delle distanze dei punti antropometrici, della caratteristica dentatura (incisivi sporgenti) e, soprattutto, una cicatrice sul labbro causata da una caduta infantile ed un particolarissimo neo sulla gamba a forma di colomba, il Naundorff venne inizialmente riconosciuto come il vero Delfino non solo dalla sua bambinaia e dai medici che lo esaminarono, ma anche da due autorevoli personaggi, il Duca di Berry ed il Conte d’Anghien, i quali furono entrambi assassinati da sicari legittimisti. Il Duca di Berry, secondo figlio di Carlo X, era l’erede al trono di Francia, e venne ucciso il 13/2/1820 all’Operà dopo aver promesso, in una lettera, di riconoscere pubblicamente il Delfino Naundorff come legittimo Re Luigi XVII. 
Il Pretendente Naundorff intentò una causa allo stato francese per il riconoscimento della propria identità, affidando come prova il proprio “chevalier” (l’anello con lo stemma dei Borbone che avrebbe ricevuto da suo padre Luigi XVI prima di essere salvato dal Tempio) al giovane avvocato Jules Favre (colui che divenne generale dell’armata rivoluzionaria e che firmò il trattato di pace con Bismarck siglandolo con lo “chevalier” ricevuto dal Naundorff), ma la causa venne insabbiata e si risolse solo dopo la morte del Naundorff avvenuta in esilio a Delfy (Olanda) nell’agosto 1845. 
Infatti, con successivo decreto reale del 1863, veniva confermata la legge che dava al figlio di Naundorff il diritto di chiamarsi Adalberto di Borbone, riconoscendone implicitamente la discendenza da suo nonno il Re Luigi XVI. Pertanto suo padre, il Pretendente Carlo Guglielmo Naundorff, venne ricordato dal periodico “Légittimité” – fondato nel 1883 - come il vero Delfino di Francia, vittima d’un indicibile inganno:

L'inganno alla Storia d'Europa


il Delfino sopravvissuto sarebbe stato disconosciuto non solo dai “legittimisti” (i quali sostennero ch’egli fosse morto e sepolto nell’orto del Tempio) ma anche dagli stessi “realisti” (i quali passarono sotto silenzio la tesi della sua “sopravvivenza”) poiché, secondo quanto denunciò Picasso in una sua “poesia matematica” (qui di seguito citata), ciò avvenne a causa di una tangente imposta sui conti pagati dalla Compagnia del Gas di Parigi per sottacere la questione del Delfino. 
La tangente sul "GAS"

Infatti, nell’opera “Picasso écrits”, edita da RMN (Musei Nazionali Riuniti) e da Gallimard nel 1989, pag. 31, lettera del 31 ottobre XXXV, si legge infatti : 
< … 2 et 2 font envie de ne jamais plus rien dire… de comptes tenus par la parisienne compagnie du gaz d’éclairage et caetera... assise au coin de la table en bois…> vale a dire: 
< … 2 e 2 fanno venir voglia di non dire mai più nulla... dei conti tenuti dalla compagnia dell’illuminazione a gas di Parigi eccetera… (la cui prova o testimonianza è) situata nell’angolo della tavola di legno…>. 
Il gas con cui si perpetrò l’inganno alla storia di Francia sarebbe quindi l’elemento risolutivo del primo enigma, evidenziato dalle caratteristiche fiamme. E non essendo “Guernica” un dipinto effettuato su una tavola di legno, in “Guernica” rimane per ora insoluta la questione su quale altra tavola di legno, che chiameremo "il capolavoro sconosciuto", sia da ricercare tale prova. 
IL SECONDO ENIGMA: 
Il secondo enigma di “Guernica” è rappresentato nel secondo “cartiglio”, ovvero nella linea alta orizzontale, procedendo come si è detto da destra verso sinistra fino al centro del dipinto. In questo secondo “cartiglio” sono dati altri due elementi
1) il primo elemento dato all'indagatore si trova sulla destra del “cartiglio”, dove vediamo la rappresentazione della testa di Thot, il Dio della magia, della scienza e scriba delle anime, il cui profilo si trasfigura in quello di Marie Therese Walter (a questo riguardo vale la pena di notare che al tempo in cui Picasso dichiarò d’aver dipinto questo stadio di “Guernica”, la sua amante non era più la Marie Therese Walter, ma Diana Door); ma ancor più importante è notare che il Dio Thot viene qui rappresentato secondo un’immagine più rispondente alla tradizione misterosofica dei teosofi che a quelli canonici della liturgia egiziana, ovvero mentre “nuota nel mare celeste della verità portando davanti a sé la fiaccola della saggezza”; 


LA "DOCTRINE CELESTE" DEL NAUNDORFF


infatti, a questo riguardo, vi é un velato riferimento all’opera “teosofale” enunciata dallo stesso Naundorff nel 1841 a Londra nel suo libello “La doctrine céleste” con il quale Egli si propose capo di tutte le religioni per superare l’opposizione del Papa eletto con il favore degli Orleans.


Tuttavia, nel primo elemento dell’enigma vi é un più evidente riferimento al tipo di fiaccola ad olio portata innanzi da Thot, la cui tecnica venne inventata dal Dio stesso nel cielo e nella notte dei tempi;

2) il secondo elemento de secondo enigma si trova in centro al dipinto, ed è rappresentato dalla bocca di “Iside, colei che rivela la verità quando è evocata in un rito” per cui il disegno della sua bocca si trasforma in un occhio includendo in esso la pupilla nera del falco, l’uccello sacro con cui è rappresentato suo figlio “Horos, colui che vede gli accadimenti nel mondo fenomenico”; tuttavia Picasso trasformò la pupilla di Horos in una luminosa lampadina elettrica un elemento che risulterebbe del tutto inutile ad Horos il quale dall’al di là vede ciò che accade in questo mondo senza aver bisogno della luce; pertanto si deduce e si comprova che questa trasformazione risponde alla necessità di Picasso d’inserire nel dipinto il secondo elemento utile per risolvere l’enigma. 
Il terzo elemento mancante lo si trova domandandoci: 


“Cosa manca tra la lampada ad olio (di Thot) 
e la lampadina elettrica (di Horos) ?”

Tra l’antichissima illuminazione ad olio inventata da Thot nella notte dei tempi e quella moderna ad elettricità inaugurata a Parigi nel 1881, mancherebbe l’epopea intermedia dell’illuminazione a gas inaugurata a Preston nel 1815. 


Il secondo enigma conferma il "GAS"

Pertanto, essendo il gas la soluzione sia del primo che del secondo enigma, ciò indicherebbe al ricercatore d’essere sulla strada giusta per risolvere il gioco con “Gas = de Gas = Degas” (il cognome del pittore) che avrebbe un ruolo in questo gioco? 

IL TERZO ENIGMA: 
Il terzo enigma di “Guernica” è rappresentato nel terzo “cartiglio”, ovvero nel pannello verticale centrale, dove sono dati altri due elementi
1° elemento: in alto, Picasso aggiunge dei raggi all’occhio elettrico di Horos trasformandolo nel sole che sorge e tramonta nel cielo; 
2° elemento: in basso, il simbolo d’un cavallo ferito. 
Il terzo elemento mancante lo si trova domandandoci:


“Cosa manca tra il cavallo ed il sole ? “

Manca evidentemente “il carro della gloria della regalità” trainato nel cielo, ovvero il simbolo della storia di Francia. 


Il carro venne trainato da quattro cavalli, tuttavia nel dipinto é rappresentato un solo cavallo, e quindi bisogna domandarsi quale sia il motivo di questa singolarità. Trattandosi di un cavallo ferito il cui mantello sembra essere maculato da simboli tipografici, si tratterebbe quindi dell’inganno alla storia scritta che riguarda la regalità della Francia e, in particolare, di un ulteriore indizio per cui fu utile utilizzare l'immagine di un cavallo ferito.


L'indizio del monumento equestre...

Approfondendo la disamina, il cavallo dipinto da Picasso riprodurrebbe non un qualsiasi cavallo ferito ma il primo monumento equestre che avrebbe rappresentato un cavallo ferito mancante del cavaliere (= chevalier) dipinto sotto la figura del suo cavallo. Questo monumento venne realizzato nel 1865 dallo scultore Balzico ed eretto a Torino (in Piazza Solferino) per ordine del Re d’Italia Vittorio Emanuele il quale volle commemorare non la morte del cavallo ma quella di suo fratello “cadetto” il Duca di Genova il quale, in battaglia, venne schiacciato dal proprio cavallo ferito.

Il primo monumento equestre 
venne realizzato a Torino
nel 1877 dallo scultore

Alfonso Balzico 
(clicca per info)



Il Re d'Italia volle commemorare suo fratello, il Duca di Genova,
morto in battaglia poiché schiacciato dal peso
del suo cavallo ferito.


Picasso avrebbe scelto di rappresentare il cavallo del Duca  
per fornire un ulteriore enigma: 


“Che cosa si trova tra il Palazzo Chiablese 
(dove abitava il Duca) 
ed il Palazzo Reale 
(dove abitava il Re)?” 

La risposta corretta é : "Si trova il Duomo di Torino dove i Savoia custodirono...


 la Sindone !. 


Sarà proprio la Sindone l’elemento misterioso che sarà riproposto, come vedremo, non dal quarto ma dal quinto degli enigmi della Sfinge. 
IL QUARTO ENIGMA: 
Passerò ora ad esplicare il quarto enigma di “Guernica”, preannunciando che le difficoltà aumentano e che, pertanto, si richiede al lettore una dose considerevole di pazienza, concentrazione ed attenzione. Meglio sarebbe proseguire la lettura in più serate. 
Il quarto enigma di “Guernica” è rappresentato nel quarto “cartiglio”, che si trova nella seconda parte della riga alta, procedendo dal centro verso il margine laterale sinistro del dipinto, dove sono  dati  due elementi:
1° elemento: in centro al dipinto la bocca di Iside trasformata in un sole luminoso; 
2° elemento: sulla sinistra del sole, la figura di un toro che rappresenta l’Apis Bue, una divinità egizia, altrimenti interpretabile anche come il simbolo del Priorato dei Savi di Sion (di cui tratteremo più avanti). 
Il terzo elemento mancante lo si trova domandandoci: 


“ Cosa manca tra il sole e l’Apis Bue ? ”. 
Osservando il dipinto originale con una lente, noteremo che Picasso disegnò una colomba bianca posatasi s’un tavolino scuro, la cui ala bianca appare nitida anche in questa riproduzione fotografica. 


La colomba della verità

La colomba simboleggia l’annunciazione della verità, precedentemente tenuta segreta. 

E, come ricordava il ricercatore enigmista Dupin, in pittura il punto più segreto viene semmai rivelato nel punto più luminoso del dipinto, in modo che esso passi inosservato al ricercatore maggiormente attratto dai punti oscuri. In questo caso, occupando il tavolino il punto più oscuro di “Guernica”, si deduce che la luminosa verità (la colomba) venne volontariamente posta in quel punto, proprio sul tavolino, per indicare all’astuto ricercatore di provare a cercare l’indizio sul tavolino e non altrove. 


Sul tavolino gli indizi
per risolvere l'enigma!
Pertanto l’indovinello si risolve cercando, ed infine trovando ed ordinando, i più famosi dipinti sui quali Picasso rappresentò ripetutamente un tavolino, prestando soprattutto attenzione agli oggetti che Picasso dipinse sopra il tavolino. 

Questi oggetti sono risultati essere dipinti da Picasso ripetutamente in diverse sue opere: 


 una candela, un prisma ed un quadro mancante! 
Inoltre, in un suo noto dipinto, Picasso pose questi oggetti vicino al teschio del capro d’Abramo. Questi oggetti saranno utili ed essenziali quindi per scoprire la verità che riguarderebbe l’antica testimonianza ch’ebbe origine dal Patriarca Abramo, ovvero una testimonianza che riguarderebbe i suoi discendenti che appartengono alla Casa Reale di Davide. 


Dove trovare la discendenza della Casa Reale?
Per ritrovare questa testimonianza dovremo proseguire a risolvere i successivi enigmi ma, essendo indicata tra gli oggetti una cornice vuota, ovvero mancante del dipinto (tela o tavola di legno), probabilmente si dovrà cercare non direttamente sul dipinto “Guernica” ma in un altro quadro mancante sotto la cui pittura potrebbe essere stato nascosto il segreto cui volgeva la ricerca del movimento cubista. 


E qui si dovrà ricordare che lo scopo dichiarato del movimento cubista consisteva nella ricerca del Calice del Graal. 

Che la meta del gioco sia  
il "Calice del Graal" ?

Il Calice del Graal costituiva il segreto dei Re Borbone : infatti, di cosa fosse fatto il mitico Holy Graal (di vetro infrangibile e non di legno), cosa contenesse (delle immagini foto-impresse nel vetro ferroso utilizzando i vapori dello ioduro d’argento) e dove avrebbe potuto essere ritrovato (a Roma, custodito dal Papa) venne rivelato dal Naundorff-Borbone per farsi riconoscere come legittimo pretendente Delfino di Francia. Ma quale correlazione avrebbe il Calice del Graal con la testimonianza della Casa Reale di Davide e la pittura segreta degli impressionisti? 
E’ necessario a questo punto risvegliare al lettore, se non le sue conoscenze di storia antica, almeno alcune reminescenze riguardanti la fisica scolastica. 
La funzione della candela

Egli ricorderà che la candela (uno degli strumenti posti sui tavolini dei quadri di Picasso…) genera i cosiddetti “colpi di fiamma” i quali producono un’illuminazione variabile e non continuativa sul dipinto (che sia ovviamente illuminato dalla candela e non da una luce elettrica); è pertanto evidente che i particolari raggi di luce generati dai “colpi di fiamma” sono intermittenti poiché sono generati in successione tra loro e partono ciascuno da un punto diverso. Questo tipo di raggi durano solo un fugace attimo della durata di circa un “nano-secondo” e, parimenti, sono riflessi in punti diversi del dipinto illuminato. 
Ora, questi raggi si riflettono in un tempo troppo breve e non consentono all’osservatore di percepire l’immagine a livello cosciente favorendone invece la percezione inconscia e “subliminale”, una sorta di suggestione che evoca all’osservatore forti emozioni. 
La funzione del prisma

Data questa condizione evocativa, tuttavia chi osservasse il dipinto misterioso utilizzando un prisma potrebbe scoprire il segreto nascosto sotto la pittura del dipinto ricorrendo ad un divertente giochetto ottico che qui di seguito cercherò di spiegare. 
Il lettore ricorderà che il prisma può presentarsi come un piccolo cristallo a forma triangolare che, anche a livello di polvere cristallina, mantiene la proprietà di birifrangere il raggio di luce: per la seconda legge dell’ottica, il raggio di luce che passa attraverso ad un prisma si divide in due raggi, uno detto “maggiore”, l’altro detto “secondario”. 
Inoltre, effetto ancora più sorprendente, l’immagine birifratta da un prisma diventa invisibile, salvo che l’osservatore non si trovi in un punto che sia perpendicolare al raggio maggiore. 
L’UOVO DI COLOMBO 
( = “l’illuminazione risolutiva”):
un gioco ottico in un dipinto da trovare? 
Pertanto si consideri che: 
a) se si osservasse normalmente un dipinto, illuminato dai colpi di fiamma d’una candela; 
b) se questo dipinto custodisse sotto la pittura la foto-impressione dell’immagine del Delfino; 
c) se il ritratto del Delfino fosse a sua volta ricoperto da un velo trasparente di “Spato d’Islanda” (cosiddetto poiché composto da polvere di microcristalli estratti dalle miniere d’Islanda ed annegati nel bianco d’uovo, di colore giallognolo, con buone capacità di birifrangere i raggi di luce); allora, in queste tre condizioni, l’osservatore si troverebbe probabilisticamente in posizione perpendicolare ai raggi maggiori riflessi dai microcristalli trapassati dai singoli colpi di fiamma e riuscirebbe, a percepire il ritratto del Delfino in modo diretto e “subliminale”, rimanendo fortemente impressionato ma senza rendersene conto. 
d) Se invece l’osservatore utilizzasse un prisma, egli vedrebbe il volto del Delfino uscire come miracolosamente dal dipinto e proiettarsi tridimensionalmente in avanti, verso l’osservatore, fuori dal dipinto stesso! 

Questo gioco ottico tridimensionale (uno dei trucchi della "pittura segreta") era ben noto ai pittori impressionisti il cui effetto venne ricordato da...


 Honnoré de Balzac 
nel suo celebre libro
 “Il capolavoro sconosciuto” 


… in cui il personaggio Frenhofer, anziano pittore Maestro del giovane Poussin, si divertì a far fuoriuscire in 3D da una tela il piede nudo della fidanzata del gelosissimo Poussin… 
Siamo quindi giunti ad ipotizzare che lo scopo ultimo del gioco possa essere quello di trovare un dipinto misterioso, un “capolavoro sconosciuto”, che custodisca sotto un velo di microcristalli la segreta identità del Delfino (il Re mancante Luigi XVII), pronto ad uscire otticamente dal dipinto anch’egli in tridimensione! Ma allora, ci si domanderà: 
 Come potremo trovare e riconoscere 
questo “capolavoro sconosciuto” 
se è mantenuto nascosto 
e non se ne conosce l’autore ? 
Lo scopriremo nel sesto enigma di “Guernica”, quando avremo conferma del nome di chi lo custodì a Torino; infine lo ritroveremo, riconoscendo sotto la sua pittura il volto del Delfino, utilizzando gli strumenti indicati: una candela e un prisma! 


Soffermandoci ora ad esaminare un altro importante indizio disegnato nel quarto enigma, così come precedentemente (nel secondo enigma) abbiamo fatto caso alla lampadina elettrica dipinta nell’occhio di Horos; ora noteremo che Picasso disegnò nell’orecchio del Bue Apis un importante amuleto egizio rappresentato con la forma d’un triangolo nero inserito all’interno d’un triangolo bianco. Si tratta del “tetragramma funerario egizio”, un amuleto che gli antichi egizi portavano appeso alla cintola così come i napoletani portano “il corno” contro il malocchio. 


L'amuleto nell'orecchio del toro:
  il  tetragramma  funerario

Diversamente dal “corno”, il “tetragramma funerario” avrebbe assicurato, in caso di morte accidentale o prematura, il potere di tornare nel mondo dei vivi per portare a compimento le opere lasciate incompiute. 

Il significato sembra essere chiaro: l’antica magia egizia che Picasso apprese dal suo amico e segretario James Sabartés, grande iniziato massone di rito egizio “di stretta osservanza”, avrebbe consentito di indicare nel dipinto “Guernica” un potente talismano che avrebbe favorito comunque la conclusione del gioco “meta-culturale” volto al ritrovamento del “capolavoro sconosciuto”, il cui dipinto avrebbe custodito il segreto dell’immagine del mitico Calice del Graal ? 
Nel compiere questa ricerca artistico-letteraria, un percorso da quadro a quadro e da libro a libro, “Guernica” avrebbe rappresentato se non l’ultima meta quanto meno la più grande e difficile meta da superare, poiché solo risolvendo le difficoltà presentate dai sei “Enigmi della Sfinge” il ricercatore sarebbe riuscito a continuare il gioco, fino a ritrovare il “capolavoro sconosciuto” contenitore d’un indicibile segreto celato nel talismano del Calice del Graal ?
L’esistenza di questo gioco segreto sarà rivelata postuma nell’opera “Picasso écrits”, edito da Gallimard nel 1989, con i Musei Nazionali Riuniti, dove alla pagina 33 si legge:


Il Graal fu il segreto di Picasso ! 
“… non dire il suo segreto a nessuno che non sia persona gradita – scriveva Picasso nella sua lettera del 3 novembre 1935 – io so bene che tutto ciò non è un affare che mi riguarda ma, che volete, io mi diverto e gioco a questo gioco difeso fino alla morte e sono talmente contento d’essere legato a te da questo segreto che ti amo tanto, amico mio”. 
Questo segreto sarebbe stato inoltre nascosto in un “ditirambo letterario” diffuso nei libri dei maggiori scrittori dell’epoca. Picasso divulgò i numeri delle pagine in cui ritrovare il “ditirambi” nei suoi scritti e nelle sue cosiddette “poesie matematiche”! 
A comprova, alla pag.11 del libro citato “Picasso écrits”, si legge la seguente indicazione: 
" la soluzione del gioco segreto si troverebbe) …in una sala d’un museo di storia che si dice naturale ma ch’io non dico 37 – 47 – 10 – 347 – 60 + 10 + 25 – 0 – 1 – 2 –3 –5 – 40 –100 + 20 – 2 inutile cercare, io ve lo rivelerò per una sigaretta…" 
Ora, bisogna sapere che in gergo, per chiedere una sigaretta, si soleva domandare: 
“donne moi une blanche…” 
= “dammi una bianca…” (= dammi una sigaretta). 
riferendosi alla carta bianca che riveste la sigaretta; tuttavia, la frase scritta da Picasso aveva evidentemente un doppio senso, potendosi intendere sia una sigaretta da fumare, sia … il cognome “Blanche” dell’autore del libro in cui ritrovare il ditirambo. 
Jacques Emile Blanche
fu colui che, prima di morire, rivelò la meta del gioco !

Il libro dello scrittore Blanche è stato ritrovato proprio grazie a questo indizio: si tratta del titolo “Les arts plastiques” di Jacques Emile Blanche, pubblicato da Les editions de France nel 1931. Il titolo del libro è lo stesso di quello che Guillaume Apollinaire utilizzò per un suo libro in cui preconizzò il gioco cubista; ora il Blanche, riproponendo lo stesso titolo quasi a voler lasciare un ulteriore indizio, provvide ad inserire nelle pagine indicate da Picasso (ed alle righe 2 e 22) le proposizioni o frasi costituenti il ditirambo attraverso cui il Blanche rivelò le cause e le regole del gioco. 
Non trascriverò qui il testo integrale ricostruito che fa riferimento a considerazioni storico-letterarie ed alle testimonianze degli organizzatori del gioco. Tuttavia, per comprendere quanto il sistema di criptazione fosse ben studiato ed organizzato, riferirò che nella soprascritta seriazione numerica, Picasso imponeva ad un certo punto di tornare indietro di una pagina ( 0 – 1 ) così che alla riga 2 … ( poiché 2 e 2 erano i franchi pagati come tangente per ogni metro cubo di gas…) della pagina 36 (37-1= 36), si legge l’ emblematico testo da decriptare: 
"Causeries sur les artistes de mon temps" e, più oltre: "…de sa peinture, il me sembre qu’autour de Fantin, de Manet, il était peu fait état. Degas, le premier, me parla avec enthousiasme, chez Durand-Ruel, d’une petite toile, une scène a l’hotel Druot…". 
Il "Capolavoro sconosciuto" !

Il dipinto misterioso sembrerebbe qui dissimulato in una piccola tela per sviare il lettore dal fatto che si tratterebbe invece di una tavola di legno, evidentemente correlata a diversi personaggi dell’epoca, quali Fantin Latour, Manet, Degas, Durand Ruel, ed altri confratelli… Ma per ritrovare questo “capolavoro sconosciuto” (pubblicato qui di seguito…) secondo Max Jacob sarebbe stato necessario conoscerne almeno il soggetto: 
"… le sujets qu’il traitait, était dessinées magistralement dans le Charivari… " 


La controprova finale
 é nello "CHARIVARI' "
A questo punto il ricercatore dovrebbe anche sapere che lo “Charivarì” era un giornale pubblicato nel 1800 a Parigi e considerando che il numero dello “Charivarì” in questione costituirebbe una meta del gioco (da superare), per scoprire l’identità del soggetto del “capolavoro sconosciuto” di Degas/Fantin egli dovrebbe ricercarla in uno dei pochi numeri dello “Charivarì” custoditi nell’archivio della Biblioteca Reale di Torino, dove troverebbe la curiosa pubblicazione di una pagina bianca che un inserzionista “realista” pagò per protestare… di non aver ottenuto il permesso di stampare e pubblicare la riproduzione del medaglione del Duca di Navarra, ovvero il profilo del Delfino di Francia! 


L'identità del Delfino di Francia !
Il soggetto segreto del dipinto misterioso di Degas/Fantin sarebbe quindi il volto del Duca di Navarra, ovvero quello del pretendente Delfino Naundorff (poiché il Delfino si fregiava del titolo di Duca di Navarra), la cui autentica identità, come vedremo, sarà provata dal segreto ch’Egli stesso ebbe a rivelare alla Josephine Beauharnais: il Delfino Le avrebbe rivelato l’esistenza del mitico Calice del Graal e, conseguentemente, il segreto del Calice del Graal ! 
Un segreto che sarebbe stato condiviso anche dal Papa, raffigurato nel dipinto di Degas/Fantin in forma di un’ombra cinese, con il capo coperto dalla mitria, nell’atto di pregare da un pulpito: si tratta evidentemente del primo “Caran d’ache” che si conosca nella storia dell’arte (1881), poichè la moda dei "caran d'ache" si diffuse a Parigi dopo qualche anno (1894).



 "Arques, Rennes le chateau"
Questo dipinto (clicca sul titolo del dipinto per saperne di più) fu scelto come la meta d'una "caccia al tesoro" meta-letteraria, il cui soggetto era la rappresentazione del dipinto illustrata in un testo che venne distribuito a "frammenti" in molti libri, in modo che il segreto non fosse apparentemente nascosto nei libri dei confratelli scrittori.
LA PROVA IN UN LIBRO !

In pratica, fu realizzato un ditirambo letterario distribuito nei libri. Infatti, sempre sul libro “Meditations estetiques” di Jacques Emile Blanche, si ha infine l’ennesima conferma d’essere sulla giusta pista della ricostruzione del ditirambo, poiché alla pagina 231 si legge: 

"…nous fùmes souvent divertì de notre fastidieuse investigations, par l’emphase et l’obscurité lyrique du dithirambe en regard d’un croquetons ou d’une pochade soigneusement photographiée." 
Questo riferimento esplicito all’esistenza di un ditirambo correlato al ritrovamento di un “croqueton” (= dipinto apparentemente di scuola o non finito) è a questo punto un elemento non solo più indiziario, ma evidentemente concreto, che si aggiunge a quelli già a disposizione del ricercatore. 
Un ultimo appunto può essere utile nel ricordare Jacques Emile Blanche: chi fosse e che ruolo ricoprì in questo gioco: il Blanche era un famoso critico d’arte, amico di Jean Cocteau, per il quale egli custodì per un certo tempo un dipinto misterioso indicato come il dipinto storico composito di Edgar Degas e Jean Forain, proveniente dalla collezione di Fantin, come traspare da alcune frasi anch’esse posizionate, secondo un preciso schema matematico, nel libro di Jean Cocteau-Jacques-Emile Blanche.


Jacques Emile Blanche e Jean Cocteau
agevolarono il gioco !


Il titolo del libro é “Correspondance Cocteau-Blanche” edito da “La table Ronde” nel 1993, dove alla pagina 104, ultime due righe, si legge un altro chiaro riferimento al quadro misterioso di cui ora conviene accennare: 
“Le tout plein de Fantin, Manet, Degas, tous les noms de l’époque, pas une seule description, pas un paysage…" 


 

A sinistra: Disegno di Degas (speculare) al "Capolavoro sconosciuto" (a destra)
Quindi si tratterebbe proprio di una misteriosa tavola di legno sulla quale il grande Corot aveva effettuato uno schizzo; proveniente dalla collezione di Fantin Latour, la tavola sarebbe stata da questi acquistata ad una precedente vendita di dipinti minori di Corot (“Corot Vente” n. 377) e successivamente sovradipinta a più mani da Degas e Forain assieme ad altri confratelli massoni, pittori impressionisti, prima di essere rivenduta all’Asta Duranty spacciandola per un dipinto di un pittore italiano, il più bonaccione, il barlettiano Giuseppe De Nittis; questa tavola venne infatti autenticata dai periti dell’asta Duranty proprio al De Nittis, con una iscrizione coeva in pasta: “Autentico De Nittis”. 


Ritrovata a Torino, questa tavola venne inizialmente attribuita al De Nittis, anche se sul retro della stessa sono visibili le sigle poste dagli esperti periti dell’Asta Duranty (Durand Ruel e Maurice Delestre) ed il timbro in cera lacca della vendita del Corot. 
Il dipinto “Arques, Rennes le Chateau” è ora è custodito da Umberto Joackim Barbera che lo tiene nel caveau d’una banca a Torino. Questa misteriosa tavola misura cm. 31x45, quindi è per le sue dimensioni facilmente occultabile e trasportabile in una valigetta 24 ore. Essa venne registrata da Alfred Robaut, fotografo e biografo del Corot, nell’opera “Les ouvres de Corot” di Moreau-Nelaton, edita da Hery Floury nel 1905 a Parigi, dove venne catalogata alla pagina 120 del vol. 2°, al n. 336 (corrispondente al numero scritto sul retro della stessa tavola, vicino alle sigle di Durand-Ruel e di Maurice Delestre, i periti dell’Asta Duranty tenutasi all’Hotel Drouot di Parigi il 28-29 gennaio 1881, battuta dallo stesso Degas). L’emblematico titolo dato al dipinto fu: “Arques (Seine Inf. 1832) Rennes le Chateau”; in questo titolo sono citate due importanti cittadine della Francia, indizi che portano il ricercatore a scoprire da dove si dipana una lunga, piccante e dimenticata storia che riguarda il Calice del Graal ! 


Arques, capitale dei Visigoti
La località di Rennes le Chateau è nota per la vicenda dell’Abate Saunier che vi avrebbe trovato, nell’antica chiesa dedicata a Maria Maddalena, degli ancor più misteriosi documenti con cui riuscì ad ottenere un’enorme somma di denaro ch’egli utilizzò sia per ristrutturare la Chiesa e la Torre di Magdala, sia per vivere sopra le proprie possibilità. Tuttavia il titolo dato al dipinto di Fantin/Degas/Forain venne successivamente e più brevemente ricordato col titolo di un’altra non meno famosa località, la cittadina di Arques : essa fu l’antica capitale dei re Visigoti che si trova sui monti Pirenei. 
Il ricercatore ricorderà che i Visigoti effettuarono il sacco di Roma nel 410 dC dove razziarono nel Mausoleo d’Adriano ciò che rimaneva dell’oro giudaico (portato precedentemente a Roma da Tito dopo il sacco di Gerusalemme avvenuto nel 70 dC): si tratterebbe del “Tesoro segreto di Adriano” (citato ne “I ricordi” di Marco Aurelio) già in parte venduto dall’imperatore Marco Aurelio all’Asta pubblica che si tenne al Foro Traiano nel 170 dC, l’anno successivo a quello in cui finì la prima diarchia imperiale di Marco Aurelio e di Lucio Vero (161-169 dC). E fu probabilmente nel sacco di Roma avvenuto nel 410 dC che i Visigoti si sarebbero impadroniti del Calice del Graal, quel Calice ch’era stato precedentemente portato dalla Galilea all’isola di Anglesey da Giuseppe l’Arimateo (ridenominato San Giacomo); nel 154 dC il Calice era stato portato dall’isola d’Anglesey a Roma da Lucio I° di Britannia, figlio di Re Coel I° (trisnipote di Giuseppe l’Arimateo). 
LA STORIA DEL “CALICE DEL GRAAL” 
PORTATO A ROMA DA LUCIO VERO: 

Nella storia vi sono due personaggi con lo stesso nome: Lucio I e suo figlio Lucio II di Britannia. 
Lucio I° di Britannia portando in dono ad Adriano il Calice del Graal, ne diventò al tempo stesso l’erede legittimo e allorquando venne adottato dal filosofo Elio Ceionio Commodo (figlio adottivo dell’imperatore Adriano) diventò erede di tutti i beni dell’imperatore (mantenendo così anche la proprietà del Graal); Lucio I di Britannia, all'età di 18 anni, convisse per un anno con l'imperatore Adriano nella villa al mare che fu di Cicerone. Lucio I di Britannia, secondo Marco Aurelio, morì d'improvviso malore all'età di 32 anni nel 169 dC, lasciando un figlio di sette anni che portava il suo stesso nome. 
Lucio I° di Britannia nel 155 dC era diventato cittadino romano (aggiungendo al suo nome quello dei tre padri adottivi: in successione, dopo Elio Ceionio Commodo, il secondo suo padre adottivo fu il ricco senatore Marco Annio Vero mentre il terzo fu Aurelio Antonino Commodo, colui che successe come imperatore all’imperatore Adriano col nome di “Antonino Pio”; pertanto Lucio I° di Britannia, dopo tre adozioni (causate dalla morte dei suoi primi due padri adottivi) si chiamò col nuovo nome romano di “Lucio Elio Vero Aurelio Commodo”; qualche anno dopo (nel 161 dC) egli assunse il nome di Lucio Vero divenendo co-imperatore di Roma assieme al suo fratellastro Marco Aurelio Comodo. La prima diarchia imperiale (161-169 dC) ebbe termine con la morte di Lucio Vero, dichiarata da Marco Aurelio allo scopo di non perdere l'eredità del suo fratello per adozione voluta da Adriano.
Tornando al 154 dC, all'arrivo a Roma di Lucio di Britannia, non appena Egli ebbe donato il vitreo e radioattivo Calice del Graal all’imperatore Adriano, accadde che, per il manifestarsi di un curioso gioco di catrottica - che Umberto Joackim Barbera spiega a chiunque glielo chieda senza domandargli in cambio alcuna sigaretta – Adriano vide apparire nell’acqua contenuta nel Calice del Graal il vero volto tridimensionale di Gesù Cristo, il Dio dei cristiani, nonché avo di Lucio di Britannia. 
Adriano, riconoscendone la somiglianza del Gesù Cristo con Lucio I° di Britannia, decise di onorare Gesù tra i “Patres” di Lucio, facendo realizzare una statua che riproducesse il vero volto di Gesù. 
Questa statua venne custodita nella villa Adrianea di Tivoli fino alla morte di Adriano, poi custodita col Calice del Graal nel Mausoleo d’Adriano (Castel Sant’Angelo).

La statua di Gesù 
La statua di Gesù, che avrebbe rappresentato la prova dell’autenticità del vero Calice del Graal, ed il Calice del Graal stesso ebbero destini diversi: 
a) il Graal, come si è detto, venne razziato dai Visigoti e portato ad Arques, quindi fu donato dal Duca di Navarra al Papa (e tornò a Roma); 
b) successivamente entrambi i reperti, il Calice del Graal e la statua di Gesù, vennero razziati a Roma da Napoleone Bonaparte, nel corso della Campagna d’Italia, e donati all’imperatrice di Francia Josephine Beauharnais la quale li custodì nel parco della sua villa chiamata “Malmaison” finché, nel 1815, l’ex imperatrice li vendette entrambi allo Zar Alessandro I° Romanoff il quale li fece trasferire a San Pietroburgo, allora capitale della Russia. 


Prima conclusione
Questa, in breve, è la non semplice storia del mitico Calice del Graal e della statua perduta di Gesù, segreti tramandati che diverranno lo scopo della ricerca cubista e la soluzione dell’ultimo enigma di “Guernica” poiché sotto la pittura del dipinto “Arques” di Fantin/Degas/Forain, datato 1881, è custodita la foto-impressione del Calice del Graal, a sua volta tratta da una lastra “eliotipica”, ovvero da una fotografia effettuata a partire dal primo decennio del 1800, al Calice del Graal di San Pietroburgo. 

IL CALICE DEL SANTO GRAAL 


Riassumendo: il Calice del Graal esiste! 


E’ un calice di vetro infrangibile e radioattivo poiché realizzato se non per molatura da un minerale composito di natura vitrea, creatosi da una antichissima meteorite di ferro ed uranio vetrificatasi all’impatto con l’atmosfera terrestre, avrebbe potuto essere realizzato in un antico fornetto, ad imitazione di quelli "mesopotamici", utilizzando come componenti del vetro dei silicati con aggiunta di  povere di ferro e polvere di quarzite radioattiva che lo avrebbe reso luminescente se esposto alla luce (ancor oggi i calici luminescenti sono prodotti in Boemia, di diverso colore a seconda del minerale radioattivo utilizzato). Questo calice dell'Hermitage, di colore verde scuro come l'alabastro, ma in realtà per la presenza della polvere di ferro e della quarzite uranitica che é di colore verde (uno dei dieci calici auto-luminescenti sacri ai Re Sciiti), dopo la discussa vendita dell’ex imperatrice di Francia Josephine Beauharnais-Bonaparte, fu acquisito nella collezione dei calici veneziani dello Zar di Russia Alessandro I°. 
Pertanto, comparando l’identicità dell’immagine di Gesù - che appare nel Calice del Graal - con l’immagine replicata dalla statua di Gesù (quella fatta realizzare da Adriano), si otterrà sia la prova dell’autenticità del vero Calice del Graal, sia quella del vero volto di Gesù ricercata dalle Chiese Cristiane in questi 2000 anni. 


Il segreto di Jean Cocteau, di Pablo Picasso e di Jacques-Emile Blanche non era poi così poco importante. 
Picasso, dopo aver dipinto i sei Enigmi della Sfinge su “Guernica”, non si limitò ad indicare le pagine su cui ricostruire il ditirambo letterario nel libro del Blanche, ma si spinse ad indicare il numero della sala del Museo Ermitage dove sarebbe stato ritrovato il Calice del Graal. 

LA FORMULA DI PICASSO 
Picasso scrisse infatti una misteriosa formula che venne pubblicata soprascritta alla tabellina matematica sulla IV di copertina del suo diario dal titolo “Je suis le chaier de M. Picasso peintre”. E’ possibile trovare questa formula solo sull’edizione originale del suo diario che fu custodito da M. Jean Clair al Museo Picasso di Parigi. Nelle successive edizioni, la formula non fu più pubblicata e la IV di copertina del diario fu mantenuta nera, forse per obbligare il ricercatore a recarsi a visitare il Museo di Parigi. 
Dopo molti anni questa difficoltà venne resa più facilmente superabile grazie alla critica d’arte Rosamond Bernier, guarda caso un’amica di Picasso, fondatrice della rivista letteraria “L’oeil”. Il ricercatore potrà ritrovare questa formula pubblicata alla pagina 200 del libro-saggio d’arte dal titolo “Matisse, Picasso, Mirò, così come li ho conosciuti” di Rosamond Bernier, edito in Italia da Leonardo Mondatori (gruppo Electa, 1992), più facilmente reperibile nei negozi di “reminders” poiché dichiarato esaurito. 
La formula di Picasso è simile ad un’equazione


 e così deve essere letta: 
< colomba (verità) : (sta al) 3 M. Princet)

 = (come) 222\ : (sta al) P.P. > 
“La verità sta (:) al cubismo (3) di M. Princet = (come) il numero 222\ : (sta alla sala del) P.P.” 
Esaminandola a ritroso, P.P. sarebbero le lettere iniziali delle parole “Palazzo Principale”, facente parte d’un gruppo di palazzi d’un Museo ovviamente da scoprire. 
Il Museo Ermitage di San Pietroburgo è composto da tre palazzi, il cui palazzo principale, dal quale si entra nel Museo, è caratterizzato dall’intera facciata dipinta di blu. 
La sala 222\ dell’Ermitage era la prima sala del corridoio che parte dal pianerottolo cui giunge lo scalone d’ingresso, che dal piano terreno del palazzo principale porta al primo piano: si trattava d’un piccolo “caveau” senza finestre in cui era custodita la collezione dei calici dello Zar, tra i quali era esposto il Calice del Graal, senza tuttavia saper offrire alcuna prova d’autenticità in proposito ! 


Tale prova l’avrebbero conosciuta solo gli Zar: in ordine, Alessandro, Pietro “il grande” ed infine suo figlio Nicola; quest’ultimo venne ucciso nel 1917 ad Ekaterinburg assieme a tutta la famiglia imperiale forse dopo che lo Zar, in un estremo tentativo, ebbe rivelato il segreto ai suoi carcerieri (rivoluzionari ebrei russi). Ma c'é chi ipotizza che a rivelare il segreto del Graal possa essere stata la figlia più piccola dello Zar, Anastasia, l'unica superstite dell'eccidio, vissuta successivamente negli USA e fatta passare, per tutta la sua vita, come una pazza ai cui racconti non dare credito.
Attualmente il caveau è stato ristrutturato grazie ad una donazione di Banca Intesa, ed è stato trasformato in un breve corridoio che porta alla sezione italiana di pittura. In questo corridoio sono state allestite due bacheche moderne che ospitano la collezione dei Calici veneziani, ma del Graal non vi è che il ricordo da parte delle sorveglianti. Dove sia finito lo si sa. Non tutte le bocche sono chiuse. La caccia al Calice del Graal si conclude nella sala dei "Reperti Storici dell'Antica Roma" al Museo Ermitage dove in un basso tavolino dalle pareti di legno, ricoperto da un cristallo trasparente, vi sono contenuti alcuni reperti romani tra cui il Calice di vetro d'epoca romana, indicato dall'inserviente (se interpellato, risponde in lingua russa) come il presunto Calice del Graal ! 


Ci si domanda pertanto come e dove possa essere stato lasciato un indizio corrispondente in modo da tramandare una prova di autenticità del Calice del Graal, una prova che potesse essere scoperta da un indagatore accanito anche quando la memoria della leggenda potesse essere stata dimenticata e cancellata dal tempo?
Il ricercatore attento all’indizio dato dal numero 222 (indicato dalla formula di Picasso), si renderà conto che al Museo Ermitage è esposta una statua romana del I° secolo, originariamente catalogata col corrispondente n. 222, come si è detto facente parte della discussa vendita della Beauharnais allo Zar Alessandro I°. Codesta vendita, oltre che il Calice del Graal, avrebbe riguardato un gruppo di quattro statue : quelle riproducenti la principessa assira Donna Julia e quella di suo figlio l'imperatore romano Eliogabalo, inoltre quella dell'imperatore Filippo l’africano ed infine quella di... Lucio Vero! 


In particolare, la statua che originariamente sarebbe stata registrata con il n. 222 corrisponderebbe a quella ancor oggi attribuita erroneamente (o per voluta subdola dissimulazione) all’imperatore romano Lucio Vero invece che al suo  presunto avo Gesù il Cristo. 
Vi sarebbe stata pertanto all’Ermitage una enigmatica corrispondenza tra la vera identità della statua (ex n.222) corrispondente a Gesù Re di Davide, ma subdolamente attribuita a Lucio Vero, ed il Calice del Graal un volta custodito nella sala n. 222 (correlazione che proveremo alla fine del gioco), una volta giunti al Museo Ermitage la cui facciata é dipinta di colore blu ad indicare che in esso é custodita una reliquia. 
…“Nel blu dipinto di blu
felice di stare lassù...”, 
(il colore della facciata del Museo Ermitage) 

il gioco era iniziato grazie a
Maurice Princet
l'ideatore del gioco probabilistico


Continuando ad esaminare i termini della formula di Picasso, per scoprire il primo termine della formula, ovvero chi fosse M. Princet bisognerà cercare nel “Dizionario Picassiano” di Pierre Daix alla voce Princet dove è citato l’amico conferenziere, matematico e statistico, Maurice Princet il quale tenne nel 1906 una memorabile conferenza seguita da Pablo Picasso, Max Jacob e Guillaume Apollinaire sull’argomento della quarta dimensione ottica, ovvero sui giochi ottici con i quali si erano tanto divertiti i ragazzi del secolo precedente. In questa riscoperta dimensione ottica sarebbe possibile criptare immagini dipinte per mezzo della deformazione prismatica o canulare.

La deformazione prismatica può essere realizzata dipingendo un soggetto osservandolo attraverso ad un prisma, mentre la deformazione canulare la si otterrebbe dipingendo un soggetto osservandolo attraverso un semplice rotolo di cartone arrotondato posto davanti all’occhio (utilizzato come un cannocchiale senza lente), così che spostando il fuoco ottico, il pittore riproduce un’immagine deformata che non risulterà percepibile ad occhio nudo salvo non osservare il dipinto nuovamente attraverso il tubo canulare.

Ne consegue che fu M. Princet a suggerire ai “tre musicisti” Picasso, Jacob e Apollinaire, i metodi della criptazione prismatica e canulare ed a indicare così come poter realizzare il gioco della criptazione di un segreto storico, una verità indicibile, conosciuta da un misterioso “Direttore d’orchestra” cui i pittori cubisti, e confratelli massoni, dovevano obbedienza senza conoscerne l’identità. A questo riguardo, il misterioso “Direttore d’Orchestra” sarebbe stato il noto poeta Jean Cocteau, il quale ricopriva la carica di “Nautonnier”, Gran Maestro del Priorato degli anziani Savi di Sion. 
Jean Cocteau avrebbe quindi conosciuto dove fosse custodito il Calice del Graal, e fu il custode del segreto che pose a premio di questo gioco mistificatorio. Un’ultima considerazione sulla formula enunciata da Picasso ma probabilmente ideata da Jean Cocteau, il misterioso suggeritore: se codesta formula avesse indicato la vera origine e la prevista fine del movimento cubista, allora non sarebbero state le forme della statuetta africana a suggerire a Picasso la pittura cubista e ciò rappresenterebbe una ulteriore prova a favore della tesi della mistificazione collettiva. 
Ed infatti Picasso, e qui lo abbiamo già colto in contropiede, partecipò per sua stessa ammissione al gioco mistificatorio che aveva come principale regola quella d’essere mantenuto segreto imponendo di rispondere alle domande che gli fossero state poste sulla natura del gioco stesso, con fantasiose divagazioni tra le quali sono rimasti celebri i suoi “enigmi di Guernica”, le “poesie matematiche” e la sua “formula alfa-numerica: 


< 222 \ : P.P. = la verità sta a 3 M.Princet > 
Infatti con questa formula Picasso avrebbe anche indicato – come si conviene ad una completa ed esaustiva formula “alfa-numerica” - la fine del gioco cubista e la sua soluzione, poiché il suo segreto sarebbe stato ritrovato sia nei libri alle righe 2 e 22 delle pagine 22, 122,  e 222, sia nella sala 222\ del Museo Ermitage di San Pietroburgo, sia nella statua 222 (Lucio Vero?), sia infine nel "Capolavoro sconosciuto". 
Il ricercatore potrà ben conoscere quale fosse la fonte di questa informazione, pronunciando in lingua francese la formula stessa:

< 222\ : PP > = “deux cent vent deux barré dessous pepe”

Questa frase si traslittera in “des savants de Barrés” (ovvero “delle conoscenze di Edmond Barrés”, il senatore realista autore de “La colline inspirée”); inoltre, se si unisce “de barrés” si ottiene “debarrées”, parola che significa “intercalate”. Pertanto la frase può essere così sviluppata: <…des savants de Barrés, debarrées de(s)soupe PePe> dove “P.P. si pronuncia PePe, come la parola italiana pepe, assumendo il significato di “poivré = pepata”. 
La frase pertanto si completerebbe come: 


“Le conoscenze del realista Barrés intercalate in una storia pepata”
Al riguardo, se può considerarsi una ulteriore comprova alla condivisione del segreto da parte del senatore Barrès, alla pagina 263 del diario di Edmond Barrès dal titolo “Mes Cahiers (1896-1923)” edito da Plon, si legge: 


“…Pourquoi nos Degas, Forain, ne font-il plus de la peinture d’histoire,
 je veux dire des tableaux composés?”. 
Per saperne di più su questo quadro misterioso e composito, occorrerà un ulteriore piccolo sforzo ludico-celebrale per applicare la formula di Picasso, ovvero: si dovrà ricostruire pazientemente il “ditirambo letterario” cogliendo le P.P. (=Proposizioni Principali) alle righe 2 e 22 delle pagine 2, 22, 122, 222 nei libri degli altri scrittori scelti tra quelli più importanti a partire dagli anni 1922 (un riferimento al celebre quadro "Il ritorno degli amici del 1922" in cui furono ritratti gli scrittori confratelli).
Un grosso lavoro di ricerca che è stato completato da Umberto Joackim Barbera, grazie ad un generoso finanziamento delle Ferrovie dello Stato, che gli ha consentito di ricostruire un inaudito ditirambo nascosto in 22 libri dell’Editrice Einaudi Torino (= E INAUDI TO) in attesa di essere pubblicato.
Detto ciò, ora si potrebbe procedere con la decriptazione del quinto “cartiglio”, individuato verticalmente sul margine sinistro del dipinto, che qui mi limito a sintetizzare: 
IL QUINTO ENIGMA: 
Il quinto “cartiglio” pone due elementi: il primo è rappresentato nell’angolo in alto a sinistra del dipinto da un toro, il secondo nell’angolo a sinistra in basso, una mano aperta che simboleggia la rivelazione del segreto custodito dal toro = Apis Bue, animale simbolo del Priorato dei Savi anziani di Sion. Qui il toro è fermo nell’atto di alzare la coda, un segnale di grande tensione che il toro manda al toreador prima di caricarlo nell’arena. 
Non si tratterebbe qui solo di un simbolo ma di una vera e propria dichiarazione di richiesta d’attenzione da parte del Priorato conduttore del gioco, poiché questo quinto cartiglio avrebbe tutti i requisiti per essere tremebondo se, in un improvviso ripensamento di Picasso (causato forse da un contro ordine pervenutogli dal suo superiore sconosciuto Cocteau, tramite Sabartés?) non gli avesse fatto sostituire ciò che la donna piangente– ritratta nel centro del cartiglio – ostendeva tra le braccia: in un primo momento essa tenne un tappeto o un lenzuolo caratterizzato da bruciature laterali simili a quelle che si riscontrano sul lenzuolo sindonico, mostrandole all’osservatore. 
In un altro successivo stadio della pittura, il soggetto venne cambiato e divenne autobiografico: la donna ora tiene definitivamente tra le braccia un neonato con la testa reclinata e capovolta, un neonato asfittico così come nacque lo stesso Picasso. 
Infatti dalla biografia di Picasso si apprende com’egli nacque senza il fiato vitale e venne riportato alla vita dal soffio causale infusogli da suo zio (il medico occorso era il fratello di sua madre) allorquando, dimentico del nipote poiché attento a tamponare l’emoraggia della sorella (la madre di Picasso partoriente), il dottore espirò una boccata del forte sigaro soffiando il fumo verso il neonato Picasso il quale, pervaso dal fumo, ebbe per reazione il suo primo vagito. Questo segnale indicherebbe la permanenza nell’opera di Picasso quantomeno d’un suo omaggio al fumo, tramite la creazione d’una “cortina di fumo” per coprire la verità: una mistificazione collettiva, per l’appunto, che riguarderebbe il lenzuolo sindonico e, in particolare, ciò che Madonna e Bambino rappresenterebbero: la natività del Messia adorato dai Magi. 
E non a caso, il dipinto “L’adorazione dei Magi” del Tintoretto è esposto nella sala numero < 222 > del Museo Ermitage, dalla quale si accede al caveau numero < 222\ > in cui fino a pochi anni fa venne custodito il Calice del Graal mentre nella sala <107> è tuttoggi esposta la statua segreta di Gesù catalogata con il corrispondente numero < 222 > ! 
Il secondo elemento dell’enigma è rappresentato nell’angolo in basso a sinistra del dipinto: il palmo d’una mano aperto in cui vi sono leggibili i segni della predestinazione. Ma allora ci domanderemo: 

"Che cosa manca 
tra la mano aperta ed il Toro fumante?"

< manca una sigaretta = une blanche…>

 questa risposta rimanda nuovamente il ricercatore al ditirambo di Jacques-Emile Blanche! 


IL SESTO ENIGMA: 
Il sesto ed ultimo “cartiglio” chiude il verso “bustrofedico” e torna lungo la linea bassa orizzontale all’angolo destro del dipinto dove un piede senza scarpa, che avrebbe dovuto essere ritratto proporzionalmente molto più piccolo, venne invece ritratto appositamente enorme, sia per essere notato, sia per lasciare ai posteri un’enorme orma. In questa linea di lettura si conclude l’intera storia e si conferma lo scopo di “Guernica”, titolo dato al dipinto che non era affatto da riferirsi alla cittadina spagnola di “Guernica” quanto piuttosto alla città di “Torino” capitale d’Italia dove sarebbe stato ritrovato il “capolavoro sconosciuto” indicato proprio dal rebus di “Guernica”…. 
L’interpretazione del sesto cartiglio implica un non facile esercizio di translazione fonetica da compiersi leggendo in lingua francese la visualizzazione del dipinto “Guernica”. Si tratta quindi di giocare con fantasia recuperando i diversi significati che le singole parole assumono qualora siano frammentate, oppure unite a quelle adiacenti ed elidendo e/o separando e/o sostituendo, ove occorra, consonanti e vocali, a volte sillabando le parole ed aiutandosi con un dizionario dei contrari e sinonimi e con libri specialistici, tipo “Le Moulin à Paroles” di Michel Benamou e Jean Carduner (Librerie Hachette, 1974). 
La risoluzione di questo esercizio consente di comprovare la tesi assunta, ovvero che nel dipinto “Guernica” è sotteso uno scritto segreto che venne visualizzato con delle immagini le quali furono non solo poste tra di loro in “forma di rebus”, ma aventi anche una consequenzialità semanticamente intelleggibile ed interpretabile. 


UN DOPPIO LIVELLO SEMANTICO DI CRIPTAZIONE!


Un doppio livello di criptazione che conferma quanto “Guernica” sia un capolavoro enigmistico, non meno di come apparirà allo scopritore il capolavoro finale, da ritrovare, il “capolavoro sconosciuto”. 
Si percorra il dipinto “Guernica” leggendo “in simultanea” la storia che in esso si rivela.



A tal fine, s’immaginino tre nastri bianchi su ciascuno dei quali scorra una sequenza di parole, come se la storia fosse svelata e trascritta da un veloce interprete-telegrafista : in alto, su un nastro con caratteri blu, in centro s’un nastro con caratteri rossi (come nei vecchi “telefax”), ed in basso s’un nastro con caratteri verdi. I tre testi mantengono la medesima velocità e vi consentono di leggere: 
sul nastro con caratteri blu, la interpretazione in lingua francese 
sul nastro con caratteri rossi, la translitterazione in lingua francese 
sul nastro con caratteri verdi, la traslitterazione tradotta in lingua italiana 
Iniziamo il gioco percorrendo “Guernica” con il corretto verso di lettura: si parta dall’angolo in alto a destra del dipinto, procedendo verso il lato sinistro del dipinto e tornando in dietro cambiando verso nella linea sottostante (lettura bustrofedica del dipinto), mentre si leggano le parole sui nastri secondo il verso tradizionale (da sinistra verso destra): 
Il Dio Thot nuota nel mare della saggezza portando la fiaccola della verità:
PAR LA TOUR... LA TETE DE DIEU NAGEANT VERS L’OEIL D’HOROS... 
PARLE LATOUR: LA TETE DE DIEU THOTH NAGEANT VERS L’OEIL D’HOROS..
PARLA FANTIN-LATOUR: IL DIO THOTH NUOTA VERSO L’OCCHIO DI HOROS… 
Henry Fantin-Latour è colui che ci racconta la storia della nascita di Picasso su un tappeto.
Come si è detto il Bambino sarebbe stato rappresentato con la testa reclinata per via di un ricordo d’infanzia di Picasso. Tuttavia la traslitterazione ci comunica anche che: 
… UN ENFANT AYANT LA TETE REVERSEE, DESSOUS LA MAIN OUVERTE... 
... L’AVENT D’UN ENFANT, LA TETE REGARDE SOUS LE REVERS DE LA MAIN OUVERT... 
... L’AVVENTO D’UN RAGAZZO, LA TESTA GUARDA SOTTO IL DORSO DELLA MANO APERTA... 

…LA MAIN OUVERTE PREDESTINEE, LA TETE DE L’ERME AGE’, CAVE, LIEE ... 
…LA MAIN OUVERTE PREDESTINEE, A’ L’ERME AGE’, CAVE, LIEE, CAVALIER … 
… LA MANO APERTA PREDESTINA, LA TESTA DATATA, CAVA, CONNESSA, INSOLENTE… 


Si soffermi il ricercatore ad osservare (allo specchio) l’erma d’argento (poiché cava) attribuita all’imperatore Lucio Vero ed esposta al Museo d’Antichità di Torino. La visione speculare gli renderà il vero volto di Gesù (romanizzato per esigenze del copione voluto da Marco Aurelio), mostrandolo identico e compenetrabile a quello dell’Uomo della Sindone. 
Una erma la cui testa cava è connessa al gravoso carico di chi ne ha tramandato il segreto tenendo in mano una spada spezzata (mezza spada = demi epée)… 
… A L’ERME Y EST AGE’ ... 
... A L’ ERMYTAGE ... 
… AL MUSEO ERMITAGE … 
… LA TETE CAVE, LIEE SUR LE BRAS DEMI' EPEE DE RESTE LE CROISEMENT... 
... A L’ERMITAGE, LA TETE CAVALIER, SUR LE BRAS D’UN CROISEMENT... 
... A L’ERMITAGE, LA TESTA CORAGGIOSA, A CARICO DI CROCIFISSO… 
L'ERMA D'ARGENTO ATTRIBUITA A LUCIO VERO 
ESPOSTA AL MUSEO D'ANTICHITA' DI TORINO 
E’ IDENTICA, SE SPECULARE, 
AL VOLTO SINDONICO
ESPOSTO NEL DUOMO DI TORINO!

Ma gli spadini incrociati (un giuramento = un serment) ed un po’ di fortuna (ferro di cavallo) faranno ritrovare il “capolavoro sconosciuto” e rinascere un fiore… 

… RESTE LE CROISEMENT ET UN FLEUR... 
… RESTE LE CROIX SERMENT (=SEMONCE) ET UN FLEUR... 
... RESTA IL GIURAMENTO SULLA CROCE (=LA PREDICA)... E UN FIORE… 
Come si è detto, qui vi è un secondo riferimento, dopo quello a Henry Fantin Latour, che rimanda il ricercatore ad un altro personaggio storico che fu connesso con la storia del “capolavoro sconosciuto”. Si tratterebbe dell’editore Henry FLOURY (colui che pubblicò con Moreau Nelaton l’opera di Alfred Ribaut “Les ouvres de Corot”…), che tenne una lunga requisitoria (“predica”) ai sostenitori legittimisti circa l’identità del Pretendente Naundorff-Borbone come legittimo Delfino di Francia, ricordando come Jules Favre fu per lungo tempo il custode dell’anello “CHEVALIER” dei Re Borbone, prima che l’anello fosse affidato alla custodia di Antonin Proust, il Ministro per l’arte del Governo Gambetta (1881). 
Può essere curioso notare che così come Jules Favre, divenuto generale dell’armata dei rivoluzionari, utilizzò l’anello che portava al dito per siglare il trattato di armistizio con Bismarck, così Antonin Proust a sua volta lo utilizzò per portare la prova realista della sopravvivenza del Delfino imprimendo l’anello dei Re Borbone sulla tavola di legno di Fantin Latour, dopo averlo arroventato nella sua pipa. 
La presenza del timbro dell’anello dei Re Borbone sul “capolavoro sconosciuto” conferirà quindi un elemento di autenticità al capolavoro ritrovato. 
Ma come poter ritrovare il misterioso dipinto se è sconosciuto? 
Grazie ad una giovinetta ebrea che custodisce sotto la sua gonna la tavola di legno, un dipinto nero (notturno) contenitore del segreto finale.
…LE TABLEAU NOIR EST CACHE’ PAR LA JUPE D’UNE FEMME.. 
... LE TABLEAU NOIR EST CACHE’ PAR UNE FEMME JUDE... 
... IL QUADRO NERO E’ NASCOSTO DA UNA DONNA EBREA... 
Ma a quale tipo di donna ci si riferisce? Ad una povera donna ebrea, perché senza scarpa. 
E se si seguirà bene il principale indizio dato dalla “caccia al tesoro”, si cercherà una donna ebrea, anch’essa sopravvissuta, che non usa le scarpe perché essa non cammina ma nuota… come una Dea ! Così terminerà la caccia al segreto del Delfino,la cui fine è assicurata ! 
… UNE FEMME JUDE AVEC LE PIED SANS CHAUSSURE…DAUPHINE, CHASSE SURE’ 
... UNE FEMME JUDE AVEC LA PIED SANS CHAUSSURE ... D’AU FIN, CHASSE SURE’ 
... UNA POVERA DONNA EBREA… ALLA FINE LA CACCIA E’ ASSICURATA. 
Ed infatti la “Caccia al tesoro” si concluderà nel 1992 a Torino, quando il “capolavoro sconosciuto” verrà ritrovato custodito dalla campionessa di nuoto Annabella Demeglio, nata a Torino nel 1925 da madre ebrea sefardita (Maria De Benedetti-Segre-Levi). Annabella fu iniziata all’agonismo nella G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio) all’età di undici anni (nel 1936, l’anno in cui fu dipinto “Guernica”), mettendosi in luce come una autentica fuori classe. Annabella Demeglio vinse due volte il campionato assoluto di nuoto stile libero, aggiudicandosi il record, imbattuto per molti anni, di un tempo di 32 secondi e 6 decimi misurati al passaggio dei primi 50 metri in una gara di 100 metri. 
Si può veramente dire che nuotasse come una Dea! Per le qualità di scattista fu premiata con una medaglia ed una stretta di mano da Benito Mussolini ! Annabella viveva a Torino, dove é morta a 84 anni di età nel 2009. 
Ma perché gli organizzatori del gioco scelsero proprio Annabella Demeglio come custode del capolavoro sconosciuto e non invece un'altra nuotatrice o tuffatrice della squadra nazionale italiana, ad esempio la sua amica Zambrini?


Probabilmente perché Annabella aveva sposato Silvio Barbera, il cui cognome si prestava a fornire due altri indizi:


1) Le iniziali del nome e del cognome di Silvio Barbera: S e B, avrebbero indicato il simbolo "S" inciso sull'anello dei Re (B=Borbone), un anello d'oro portato dal Naundorff-Borbone come prova della sua identità al processo che il suo avv.to Jules Favre intentò contro lo Stato Francese (il processo artefatto contro un certo M. Thomas il quale, minacciato da sicari, si rese irreperibile).


2) Il cognome Barbera é possibile leggerlo sillabandolo, come BAR - BERA, dove "bar" avrebbe potuto significare "figlio" (come Barabba = bar rabby = figlio del Rabbino), oppure anche "BAR  di BERA", cioé figlio dei Re Bera, la stirpe dei Re Merovingi di Francia (Bera I, II, III... fino al Re Singberto dei Merovingi), oppure come "BAR - BE - RA " (figlio di RA, il Dio Egizio che rappresenta il sole). 

Trovato infine Umberto Joackim Barbera, il figlio di Silvio e di Annabella, la nuotatrice indicata in “Guernica”, la Caccia al Tesoro del Graal non è ancora finita. Quale sarà il segreto finale che costituisce il premio al risolutore della “Caccia al tesoro del Graal” ?

Il premio sarà costituito dall’album fotografico perduto della Casa Reale di Davide, un album d’immagini nascoste nel vetro del Calice del Graal, che si riveleranno come una molteplicità di fotografie infrarosse (invisibili) foto-impresse fin dai tempi di Mosè (2500 aC) fino alla crocifissione di Gesù il Nazareno, legittimo Re di Giudea, “Gesù il Cristo”? 

Il Calice del Graal, come un vaso di Pandora, ci rivela diverse immagini sovrapposte che appaiono semplicemente modificando la distanza focale dell’osservatore (avvicinando o allontanando da sé il Calice); tali immagini svelano i volti di famosi personaggi dell’antichità appartenenti alla famiglia reale di Davide, nonché la scena della crocifissione del Messia. 
QUALI SONO LE IMMAGINI CHE APPAIONO 
NEL VETRO DEL CALICE DEL GRAAL ? 
Conclusione: il capolavoro conosciuto come “Guernica” di Pablo Picasso, non era che una meta intermedia del gioco di società che avrebbe condotto alla soluzione dei rebus di “Guernica” ed infine al ritrovamento di un altro capolavoro, questa volta sconosciuto (la tavola misteriosa di Fantin/Degas), tramite il quale verrebbe svelato il segreto del Calice del Graal. 

Quale sarà infine il premio destinato al risolutore del gioco, il premio della "Caccia al tesoro" !

UN TESORO COME PREMIO

Sarà il più importante tesoro d'arte mai concepito: 100 capolavori appositamente dipinti dai pittori impressionisti e post-impressionisti i quali parteciparono ad organizzare il gioco.

Ciascun dipinto rigorosamente anonimo (senza firma od alcuna indicazione) conterrà un enigma proposto come gioco intelligente e brillante da risolvere.

Queste 100 opere, tra dipinti e sculture, saranno custodite segretamente dal 1881 fino al 2000, e consegnate al vincitore in modo dissimulato come vendite del tutto improbabili, dovendo il vincitore trovarle, riconoscerle e riguadagnarsele uno ad uno, al fine di dimostrare al mondo che non fu un solo caso ma una sequenza di ritrovamenti improbabili, cioé un miracolo, proprio come aveva preconizzato Guillauma Apollinaire.

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Joackinder ringrazia Claude Picasso
per la gentile concessione
dell'immagine del dipinto "Guernica"

Nota curiosa: Umberto Joackim Barbera fu bocciato all'esame di Perito d'Arte sostenuto davanti alla Commissione della Camera di Commercio di Torino (formata anche da da Docenti Universitari in Storia dell'Arte). Quasi come Einstein il quale fu bocciato in matematica. 


          
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Il "capolavoro sconosciuto"
(La piazza di Trafalgar Square a Londra)
col volto di Naundorff 
(in corrispondenza della freccia)
visibile solo attraverso ad un prisma
(poiché ricoperto da un velo di microcristalli)

Vendesi a chi possa permetterselo.

Lo si propone ad un produttore cinematografico
che voglia ricavarne un film
in base ad uno script  da me depositato SIAE
(Società Italiana Autori ed Editori)
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